My family

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Queste sono le mie gioie ma anche un bell'impegno!

mercoledì 4 aprile 2012

La diversità spaventa (?)

Da tanto ho questo post che frulla in testa ma solo ora ho realizzato la necessità di scriverlo.
Quasi un anno fa mia figlia (1 delle tre), all'epoca di 4 anni, mi chiese come mai la signora, che da anni viene ad aiutarmi nelle pulizie casalinghe, è così diversa. Usò proprio questa parola, "diversa". In pratica mi chiese come mai una signora che parla come noi (italiano), veste come noi (forse meglio di me!), ha una italianissima figlia, è sposata ad un italiano e cucina all'italiana ha un colore della pelle così nero. Io le detti una risposta di comodo, cioè che, provenendo dal Senegal dove il sole abbronza di più, la signora si era abbronzata parecchio di più di quanto a noi sia possibile. In realtà vidi mia figlia ancora perplessa dopo la risposta. Penso che il concetto di diversità abbia bisogno di più ampi spazi ma l'età della bambina non mi consentì di andare oltre la sua comprensione.

Perchè la diversità ci spaventa? Non è solo questione di colore della pelle ma di molto altro, di religione, di cultura, di mentalità, di carattere ed attitudine personale. Io mi sono imbattuta in questo dilemma da molto piccola, nella Bologna dei primi anni '80. Durante la scuola elementare ricordo i discorsi dei genitori che già all'epoca insorgevano contro la presenza dei campi di zingari vicino a casa, nel quartiere operaio dove abitavo. Gli zingari erano sininimo di criminalità, sporco, pidocchi e varie malattie, per cui la loro integrazione era come minimo osteggiata. A scuola arrivavano bambini zingari diciamo vestiti diversamente e duravano lo spazio di qualche mese, dopo di che nessuno ne sapeva più niente. Difficimente riuscivano ad integrarsi. Per noi erano i diversi perchè vestiti diversamente, sporchi e maleodoranti, presunti cattivi perchè lo avevamo sentito dai nostri genitori. Sicuramente non avevano colpa di questa situazione; ciò era ed è il prodotto dell'incontro di diverse realtà culturali. Ora come madre mi ritrovo più o meno nella medesima situazione, i miei figli forse non trovano gli zingari a scuola ma bambini provenienti da posti e culture molto lontane da noi, anche in termini di apertura all'integrazione. Dunque cosa è cambiato? Niente, se non la mia consapevolezza. Sono cresciuta con la paura per la diversità, con la convinzione che l'integrazione non fosse possibile perchè questa è stata la mia esperienza di bambina e ragazza. Il nostro passato e la nostra esperienza sono fondamentali per affrontare ogni situazione nuova o vecchia che ci si pone davanti. In pratica tendiamo a giudicare oggi secondo l'esperienza di ieri.
All'età di 23 anni ho avuto la possibilità di studiare all'estero per un anno e l'ho presa al volo. Sono stata a Brighton, in Inghilterra e devo dire di aver trovato una situazione assai diversa: la multiculturalità era considerata una risorsa e non un problema. Il fatto di ritrovarsi in tanti giovani provenienti da tutti i continenti mi ha dato modo di confrontarmi con gli altri e capire pregi e difetti della mia mentalità e cultura. Un'esperienza di vita prima di tutto che dovrebbero fare i giovani per oltrepassare i confini dei propri pregiudizi. La crisi attuale non aiuta l'integrazione perchè c'è poco da investire e ancora meno sulla scuola. Ma è questa l'unica vera arma dell'integrazione: investire sulla scuola e sulla conoscenza. Credere che ognuno di noi può dare il suo contributo. Che i poveracci che arrivano da noi ( e in Europa) hanno voglia di risollevarsi, di mettere in pratica le loro capacità e spesso sono più intraprendenti ed flessibili di noi.
Se in Svezia e in Canada hanno capito che i bambini e i ragazzi emigrati sono una risorsa già a partire dal fatto che hanno appreso più lingue perchè da noi si crede ancora che l'italiano sia l'unica lingua possibile e che non ci sia spazio per le altre? Ogni lingua e ogni cultura sono una risorsa ma finchè troveremo pediatri che consigliano alle madri straniere di lasciar perdere la loro lingua madre e di insegnare solo l'italiano non si realizzerà mai una vera integrazione. Sarà solo coprire la diversità perchè non faccia paura!

9 commenti:

  1. Il tuo post è interessante ed offre molti spunti di riflessione.
    Personalmente alla domanda di tua figlia avrei risposto semplicemente dicendo che al mondo ci sono tante persone con tanti colori diversi della pelle.
    Non credo che una bambina di 4 anni abbia una sovrastruttura mentale tale da andare oltre la diversità della pelle, che ha giustamente notato.
    Quelle, le infrastrutture, ce le mettiamo noi adulti.
    E' per questo che penso che si, la scuola, ma l'educazione di base comincia a casa, in famiglia. E' qui che si passano i primi e fondamentali valori ai figli.
    Io ho frequentato le scuole elementari a Roma e non avevo rom in classe, ma avevo bambini di quartieri periferici, che spesso venivano a scuola sporchi e senza quaderni. Mi sedevo accanto a loro, offrivo i miei quaderni e li aiutavo.
    "I poveracci che arrivano da noi" sono anche persone laureate, ma il loro titolo da noi non è riconosciuto e si adattano a fare mestieri che noi non vogliamo più fare.
    Credo sia bene ricordare che gli italiani si trovano in tutto il mondo e c'è stato un tempo in cui dal nostro paese tante persone partivano alla ricerca di fortuna altrove.
    Buona giornata!

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    1. Hai ragione a dire che l'educazione si insegna in famiglia, anche se accade spesso che questa sia contraria al bene comune.
      Gli italiani sono storicamente emigrati ovunque in cerca di fortuna, dovrebbero quindi avere sperimentato che l'integrazione è la prima arma per l'accettazione della diversità. Purtroppo come sempre accade è passato dimenticato.
      A presto, valentina

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  2. Esattamente.
    Pero' la questione zingari e' un po' piu' controversa di cosi'... Non lo so, sono davvero combattuta. Da adulta ho lavorato come psicologa scolastica in scuole vicine ai giganteschi campi nomadi della Capitale. Al di la' del fatto che i minori vengono praticamente precettati ad andare a scuola dai mediatori culturali e dagli assistenti sociali, in tanti anni ho conosciuto solo una ragazza, estremamente intelligente e con una gran voglia di imparare, a partire dall'italiano che ignorava; ma la famiglia l'ha subito riassorbita nel circuito tradizionale, e non ha mai preso la licenza media.
    Per il resto i romeni, e soprattutto i loro genitori, sono gli stranieri che piu' di tutti ci tengono ad una istruzione adeguata e a prestazioni scolastiche sopra la media. Non chiedono favori ai professori, e sgridano i figli per un brutto voto anziche' andare ad aggredire il prof come fanno i genitori italiani. E in grammatica gli studenti romeni battono gli italiani 10-0.

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    1. Apprezzo il tuo commento e ti ringrazio.
      Centinaia di anni fa alcuni miei parenti (come tanti altri) cercarono fortuna in America. Erano considerati i reitti da tutta l'evoluta società americana perchè educavano i figli diversamente o anche solo perchè usavano l'olio extravergine di oliva invece del burro, tanto che alle donne si facevano corsi di cucina americana. Ai bambini insegnavano l'inglese in modo che dimenticassero l'italiano. Pure gli irlandesi emigrati consideravano i nostri connazionali cattolici di serie B, pieni di superstizioni e di religiosità naturale. Io credo che l'integrazione passi prima di tutto dal rispetto e dall'accettazione della diversità. Se gli zingari non mandano a scuola i figli è giusto seguire i minori ma non imporre alle loro famiglie una cultura che non gli appartiene. Diverso è il discorso dell'illegalità, che sarebbe da punire allo stesso modo per tutti, ma qui si entra in un discorso di giustizia che sociale non è!
      Grazie, Valentina

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    2. Io invece sono del parere che se chiedi di vivere in un'altra nazione, seppure in un campo nomadi (e se non hai idea di cosa sia un campo nomadi romano, prova ad immaginare schiere di case prefabbricate con bagni chimici esterni, sporcizia ovunque per un raggio di 6-7 km), se la legge prevede obbligo scolastico per i minori fino 16 anni, devono andarci tutti. Come fa qualunque straniero che arriva in italia.
      Poi ti racconto anche di famiglie pakistane o indiane, figli piuttosto integrati a scuola, padri lavoratori, madri chiuse in casa per la cultura di provenienza, frequentanti solo la loro etnia, vengono a scuola a ritirare la pagella del figlio e non sanno parlare una parola di italiano, annuiscono e basta. Allora preferisco che il paese che mi ospita mi imponga di integrarmi ed imparare la loro lingua.

      Per inciso: vivo a Miami da qualche mese e qui ci sono sudamericani e italiani che non parlano una parola di inglese, frequentano solo connazionali, e non trovano facilmente lavoro.
      Grazie a te!

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  3. Tanto su cui riflettere. Ma vorrei che ci spostassimo dal dare la responsabilità alla scuola: a parer mio certe cose devono venire dalla famiglia.
    Sono cresciuta in una famiglia "anomala", una famiglia che, già con le sue difficoltà ad arrivare alla fine del mese, il nostro pane lo dividevamo con bambini disabili (allora si chiamavano handicappati), o con orfani, o con tossicodipendenti. La casa era sempre aperta a tutti. Bastava solo aiutare e ringraziare CON IL CUORE. Il sabato alla messa alla "Casa dell'Ospitalità" e d'estate le nostre vacanze erano con gli "handicappati": li portavamo al mare perché loro non ci erano mai stati. Passavamo l'intera giornata con loro, li imboccavamo, li lavavamo, li curavamo, cantavamo con loro, insegnavamo loro a nuotare. Eppure eravamo felici. Stanchi da morire, ma felici. Quella felicità che pochi possono capire. Ma non me l'hanno insegnato a scuola, proprio no: SONO STATI DUE FANTASTICI GENITORI!!! E ora il testimone è passato a noi, ora siamo noi, come madri, che dobbiamo trasmettere questi valori ai nostri figli.
    Buona Pasqua.

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    1. Hai ragione: c'è la famiglia prima di tutto. Il rispetto umano della diversità si deve trasmettere in famiglia. Purtroppo quando ciò non accade, come nella mia esperienza di bambina e ora come testimone, penso che sia la società a dover prima di tutto valorizzare la diversità. Il mio post voleva far riflettere sul fatto che laddove la società è riuscita a riconoscere un valore a tale diversità ha potuto godere di una crescita non solo umana e qualitativa ma anche in termini produttivi. Stiamo perdendo un'opportunità di crescita umana, sociale ed economica.

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    2. Grazie e Buona Pasqua anche a te. Valentina

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  4. ben detto! mi è molto piaciuto il tuo post, con cui concordo e mi piace che tu abbia sottolineato che la diversità è una risorsa, non un problema! è quello che cerco sempre di ricordarmi nell'educazione dei miei gemelli, proprio per dar loro la possibilità di essere liberi!
    se ti va, visita il mio Blog e ritira il premio che ti ho assegnato!
    www.ilcerchiodeldono.blogspot.it
    ciao!

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