My family

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Queste sono le mie gioie ma anche un bell'impegno!

lunedì 13 febbraio 2012

Dopo il dolore







Vorrei tornare sul mio post di ieri per parlare di quello che succede dopo il 'momento'. Il momento in cui ci accade quell'evento che cambia per sempre il corso della nostra vita.
Non sono nè una psicologa nè una terapeuta di alcun genere, perciò non posso dire quale sia la via per metabolizzare, accettare e superare (ammesso che si possa) il dolore. Nè credo che ci sia un'unica via. Posso dire però qual'è la mia personale strada verso la pace interiore. 
Dopo quanto accadutomi ho capito davvero una cosa, semplice quanto banale, che ho sempre avuto sotto gli occhi e mai afferrato veramente, che è diventata presupposto fondamentale in ogni mia realzione con gli altri.


Nessuno sarà mai perfetto: non solo, nessuno lo è, ma nessuno lo sarà mai! Ragion per cui nessuno può decantare la verità assoluta. 
Tanto mi è bastato per capire che non esiste una via migliore delle altre, non esiste un modo migliore per reagire agli eventi per quanto possano cercare di convincervi. Esiste solo una vostra personale via per gestire il carico di emozioni che un evento drammatico porta con se, sarà la migliore solo e soltanto per voi. Capire questo apre un mondo fatto di accettazione degli altri e di se stessi, di comprensione, di perdono e di dialogo, di compromessi e forse anche di rinunce, ma vi consente di lasciare sulla strada sensi di colpa, incomprensioni, inutili colpevolizzazioni, ansie e dissidi interni ed esterni a voi. 
Tanti i modi di reagire al dolore che vanno dall'interiorizzare all'estremo fino all'esteriorizzare eccessivamente e spesso in modo insano il disagio. Quale è stato il mio? Ho interiorizzato pensando che nessuno potesse veramente capirmi. Quanto mi dicevano le persone mi scivolava addosso come acqua su un vestito impermeabile. Colpevolizzando spesso le persone che mi stavano accanto perchè reagivano in modo diverso o non accettavano il mio personale modo. Ebbene ho capito allora che tutto ciò non mi avrebbe portato a niente, se non ad individualizzare ulteriormente il mio disagio, a chiudermi a riccio, a pensare che siamo formichine che vagano nel mondo su vie parallele.
Capire di non essere perfetta, di non avere la verità assoluta, di non possedere le chiavi per aprire tutte le porte, ha coinciso con l'apertura verso l'altro, con l'accettazione che esiste anche l'esigenza dell'altro, che questa si possa esprimere in maniera divergente dalla mia. Che si può affrontare il dolore insieme, pur vivendolo diversamente, che colpevolizzare non ha senso ma ha un senso comprendere. Che è meglio guardare avanti piuttosto che fermarsi a crogiolarsi nel proprio dolore. Accettare una malattia, la perdita di una pesona cara o qualsiasi altra situazione dolorosa non è una via semplice ma si affronta meglio se si riflette sul passato, si vive pienamente il presente e non si ha paura del futuro. Convivere con una paura, con uno spettro è il bagaglio che mi lascia il passato, ma mi ha 'regalato' la consapevolezza che sia meglio godere del presente piuttosto che crucciarsi per un futuro ignoto. Vivo l'oggi come fosse sempre l'ultimo della mia vita, intensamente e forse meglio di quanto facessi prima del 'momento'. Ogni istante è per me, per mio marito, per i miei bimbi, per gli altri. Non esiste più la quotidianità fatta di gesti automatici, parole finte, cose inutili e prive di senso; ha lasciato spazio ad una piena di consapevolezza in ogni gesto, parole soppesate, cose dense di significato per noi e per chi ci accompagna nel cammino. E se un giorno Dio vorrà che chi dovremmo separare sapremo di avere vissuto pienamente questo oggi.



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